Eccoti dunque alla meta. Il perchè di quel pellegrinaggio non ti fu chiaro ne allora ne mai, ma cosa importava? In fin dei conti, valicare il muro ch'or ti si parava d'innanzi significava accettare il tuo destino, qualunque esso fosse stato, intraprendere una nuova strada, che ti s'apriva d'innanzi. Essa era là dischiusa per te, come un'amica. Un'amica che t'avrebbe accompagnato lungo il viaggio. Il viaggio della tua vita. Quando t'allontanasti da casa tua nessuno capì cosa ti stesse accadendo. Un ragazzo le cui canzoni sembravano suscitare nella gente molta euforia. I tuoi testi piacevano, sebbene interpretati da un'altra persona. Tu eri un chitarrista, un gregario che correva ad un unico fine: portare alla vittoria il proprio capitano, quel frontman, in questo caso, che ti aveva sempre aiutato nella tua crescita. La tua Flying V non ti abbandonava mai, tranne in quel frangente. Probabilmente avevi bisogno di cambiare: cambiare la del tutto la tua vita. Niente più musica, forse. La tua ragione ignorava allora, caro Keith, che la musica da quel giorno sarebbe diventato il tuo strumento di lavoro. Un lavoro di cui presto avresti scoperto le finalità. E così partisti. Legasti i capelli con una fascia, facendoli cadere sulla parte sinistra del tuo volto. I capelli biondo cenere sembravano essere quasi inappropriati per quell'angelico viso, bisognoso forse d'un biondo più splendente, tendente forse all'oro. Ma non era tuo interesse. Unicamente volevi lasciarti condurre dall'istinto, da quell'istinto che ti fece scrivere canzoni come Cry Baby, Cry e Give Me a Sigh. Il cammino fu per nulla faticoso, il tuo fisico sorretto dalla sensazione di fare la cosa giusta. Una sensazione parecchio gradevole, che poche altre volte avevi assaporato nella tua ancor breve vita. Giungesti dunque a delle mura, nere come il buio, incredibilmente alte e ancor di più tetre e misteriose. Sul cancello, possente e resistente a vista, più ancora che al tatto, strane effigi, raffiguranti quello che per te era ancora l'ignoto. Sentivi però in cuor tuo che questo era loco definitivo, la meta d'ogni tuo andare. Ti fermasti a sospirar un istante, guardando il Sole che, alle tue spalle, cominciava lentamente a declinare, per lasciar posto a sorella Selene nell'alto della azzurra volta.
» C'è qualcuno, gente? Chi presiede questo cancello?
Poi il silenzio, ad attender con te il respondo.
E' LA FORZA CHE VUOI? SE.E'. LA.FORZA. CHE.VUOI; TE.LA.DARO' !! Oh quanto ho temuto che arrivasse questo momento, lo sai cavaliere? Quanto ho temuto che la collera si potesse impossessare di me così!
La valigia era stranamente pesante. Strano. Lo ricordava palesemente vuoto. E non sapeva neanche il motivo per cui, adesso, stesse scalando quel monte assurdo per arrivare a quella torre irraggiungibile; le semplici indicazioni di un vecchio, un certo discorso complicato su "Akuma" e "Esorcisti" del solito vecchio l'avevano convinta ad attraversare quel percorso. Ma insomma, aveva forse perso il senno? Forse la borsa pesava per il semplice fatto che si trovava ad almeno 30 metri d'altezza, pensò, improvvisamente lucida. La scalata finì pochi minuti dopo quando, agilmente, atterrò sul suolo di un viale, che guidava sino all'entrata di un enorme torre nera. Un brivido le attraversò la schiena. Chissà cosa la aspettava, lì. Rabbrividì di nuovo, improvvisamente colta dal freddo. Lo sguardo si perse sulla cima della torre, che sembrava sfiorare il cielo, maestosa e cupa, nel suo nero costrutto. « Modesti, eh? - osservò, con un pizzico di ironia velenosa. In realtà, la maestosità del tutto l'affascinava e la spingeva ad addentrarsi su per il viale, verso le alte mura che circondavano l'edificio.